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Cros del Segatta

IN 200 PER I 100 ANNI DEL MONUMENTO A GIULIO SEGATTA

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Una comunità che guarda al futuro riscoprendo le sue radici

 

Non è stata soltanto una celebrazione formale, ma un autentico abbraccio collettivo quello organizzato dalla Pro Loco Monte Bondone nella giornata di domenica 19 aprile.

 

Un momento partecipato, sentito, che ha visto riunite tutte le autorità civili, militari e religiose del territorio.

 

A rendere ancora più significativa l’occasione, il canto del Coro Voci del Bondone e la celebrazione della Messa officiata da Don Franco Lever.

 

L’evento segna una ricorrenza importante per la comunità: il centenario della scomparsa di Giulio Segatta, avvenuta il 21 luglio 1926, insieme alla memoria del monumento a lui dedicato.

 

Un’opera che rappresenta oggi l’unico manufatto storico della Montagna di Trento, fatta eccezione per le sue chiesette, e che continua a custodire il legame profondo tra passato e identità locale.

Qui il ricordo tramandato in famiglia, del trisnipote Nicola Segatta, violoncellista ed ebanista,
pubblicato in versione integrale dopo l’anteprima sul Nostro Monte Bondone NEWS.

Chi era Giulio Segatta?

Era il fratello del mio bisnonno, lo zio di mio nonno, il prozio di mio padre e dei miei zii. Io scrivo dunque  in veste di trisnipote questo articolo, che mette per iscritto quanto ho detto durante la celebrazione per il centenario della "Cros del Segatta".​​​

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Il fratello Mansueto e la sua famiglia il giorno dell'inaugurazione del monumento

Genealogia

Il padre di Giulio si chiamava Andrea Segatta e suo nonno Agostino… Segata!

Sì, perché Andrea, frugando tra antiche carte mentre lavorava come segretario per i comuni di Sopramonte e Vigolo Baselga a fine Ottocento, aveva scoperto che i suoi antenati, nel Cinquecento, scrivevano il cognome con due “t”, e che la seconda lettera era andata persa nel tempo per incuria, per via della proverbiale avversione trentina nel pronunciare le doppie consonanti.

C’è chi ci rinfaccia ancora oggi questa correzione un po’ snob, che risultò forse spocchiosa ai compaesani di Soramont — ma è proprio grazie all’aggiunta della seconda “t” che oggi possiamo distinguere il Giulio Segatta a cui è intitolata la ferrata sulle Tre Cime da quello della Cros, a cui è dedicato questo articolo. Non solo il ramo Segatta, ma l’intero albero genealogico di Giulio affondava le sue radici in Bondone. La sua mamma si chiamava Maria Berloffa, era di Sardagna, e la più antica baita di Vaneze, El bait dei muti, era di proprietà della sua famiglia.

Sembra che Maria avesse dato alla luce dodici figli tra fratelli e sorelle, ma sappiamo per certo che in nove divennero adulti. Tre sorelle si sposarono con i figli di altre famiglie del Bondone: Enrica con un Nardelli, Maria con un Chemelli, Assunta con un Ceolan. Gli altri, i maschi, emigrarono tutti. I fratelli maggiori si imbarcarono per il Sud America senza biglietto di ritorno. Camillo, Pio, Silvio sbarcarono a Buenos Aires, in Argentina. Costantino finì in Uruguay, dove fece il cappellaio a Montevideo ed ebbe un unico figlio morto suicida. Ad eco delle loro vite, oggi su Facebook appaiono fotografie di Segatta vestiti da gauchos che lanciano bolas a cavallo nelle pampas.

Un baule e un transatlantico

Quando il padre Andrea morì, anche Giulio e suo fratello Mansueto andarono in America, ma fecero rotta verso Nord.

Si trova ancora un documento negli archivi di Ellis Island che registra che Mansueto Segatta, il 3 maggio 1906, all’ombra della Statua della Libertà, in possesso di 30 dollari (che valevano allora circa un po' più di migliaio di euro attuali). Il documento nomina alla voce “Se sta per ricongiungersi con un parente e se si, scrivere chi e a quale indrizzo”  il fratello Giulio e una città: New Britain nel Connecticut.

 

Di Giulio purtroppo non sono riuscito a trovare l’ingresso negli U.S.A. Narrava il bisnonno di un ponte chiamato Broccolino e del fatto che i trentini, allora registrati di razza “austro ungarici”, potevano viaggiare in seconda classe, mentre gli italiani e gli africani in terza, trattati come bestiame. Inseparabili, i due fratelli lavorarono in una fabbrica di galvanostegia, che sarebbe l’arte di ricoprire un metallo con un metallo più nobile.

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Di quell’avventura mi è rimasto in casa un vecchio baule, che ricorda per foggia un tesoro dei pirati. È rivestito all’interno con fotografie ritagliate da giornali statunitensi dell’epoca: un neonato che sorride uscendo da una scatola, un transatlantico, una bellezza demodé in bianco e nero. Tutte le foto a corredo di questo racconto ancora oggi sono conservate lì dentro. Ricordo quando mio nonno Dario, accanto a me ragazzino, metteva in ordine questi oggetti in quel baule, ascoltando un pezzo per pianoforte di Schubert, con gli occhi lucidi.

 

 

Memorie d'osteria

Nel 1910 Giulio e Mansueto tornarono a casa, per non lasciare sola la mamma Maria. Vendettero la proprietà di Sopramonte e, unendo il ricavato ai risparmi d’oltreoceano, costruirono una casa a Trento, in fondo a Viale Rovereto, e comprarono l’osteria — oggi gelateria — al termine di Corso 3 novembre sul ponte dei Cavalleggeri. All’epoca né il ponte né la via, naturalmente, si chiamavano così, ma quell’edificio era già lì ad accogliere l’esercito italiano quando i cavalleggeri entrarono in città il 3 novembre 1918, tracciando un autografo indelebile nella toponomastica.

 

Ancora oggi molti dei discendenti di Mansueto abitano in un raggio di poche decine di metri da quell’argine del torrente Fersina. Mio nonno un giorno mi raccontò la sua unica memoria dello zio Giulio: lo zio, facendo sbuffare a intermittenza una pipa accesa, imitava per il nipotino la locomotiva di un treno lungo i tavoli dell’osteria. Considerando la sua tenera età all’epoca di questa reminiscenza, penso si tratti addirittura di una prima memoria assoluta oppure di ricordi altrui ricostruiti. Quando Giulio morì, nel 1926, mio futuro nonno aveva poco più di due anni, e si tramanda che i parenti aspettarono a fare il funerale perché Dario aveva preso una brutta polmonite: se non fosse sopravvissuto, avrebbero sepolto entrambi nella stessa tomba.

La montagna dai prati di velluto

Ma la febbre calò, ed è grazie alla testimonianza scritta di Dario Segatta - che sarebbe diventato chirurgo, violinista, politico, umanista onnivoro, micologo e molto altro  -  se oggi possiamo immaginare com’era il Bondone all’epoca dei fatti: 

“Più di tutto colpiva il paesaggio generale luminosissimo, sembrava, anzi era, un parco.

 

Due fattori importanti avevano determinato questa straordinaria bellezza: il disboscamento di tutta la zona delle trincee, eseguito pochi anni prima (faggi e noccioli al massimo raggiungevano i tre o quattro metri), e le praterie fiorite che venivano sfalciate a mo’ di velluto. Non era infrequente nella zona del prà della fava in mezzo alle distese di fragoline scorgere le pernici.

 

Noi chiamavamo la località, allora visibilissima dalla casa di Vaneze, le poinele, dal nome che davamo a due costruzioni di cemento bianco che servivano per collocarci le mitragliatrici e che avevano la forma di vaso da fiori rovesciato, tanto da rammentare la ricotta (in dialetto “poina”). Si distinguevano da lontano i carri di fieno dei Sardagnoi da quelli dei Soramonti. Gli uni erano altissimi, stretti e ondeggianti, il fieno era ingabbiato in grandi tele di sacco chiuse con un nodo, perché fosse pronto a essere tirato nelle soffitte con le carrucole.

 

Gli altri erano massicci col fieno stipato entro le latte o stanghe di faggio per essere scaricato nelle aie. Quando dopo Ferragosto era giunto il momento di falciare alle Viote, essendo la conca priva di baite, si vedevano sorgere delle tendopoli con le tende fatte in modo diverso a seconda del paese di provenienza. I paesi erano Calavino, Garniga, Sopramonte, Cavedine, Lasino e ognuno aveva usi diversi non solo nel costruire le tende ma nelle tele usate, nel cibo da mangiare, nel modo di accendere i fuochi di notte. Sembravano tanti accampamenti indiani e per noi ragazzi che andavamo a vederli avevano un grande fascino.”

Se tiri a indovinare, punta dritto al cuore

Il Bondone di allora era così diverso da oggi che è difficile sovrapporre questo ritratto a quello di oggi senza incappare in anacronismi. La tentazione, pur lecita, di immaginare Giulio come uno sciatore o un alpinista rappresenta secondo me un'attrattiva lusinghiera influenzata dal senno di poi. Ai suoi tempi lo sport era una moda ai primi albori, i cui pionieri sarebbero appartenuti a una generazione successiva. Scommetterei piuttosto che amasse andare per funghi o a caccia, come Mansueto, che, finché le gambe gli ressero, fece la guida accompagnando a caccia di galli forcelli e coturnici i borghesi di Sopramonte su e giù per le pendici del Bondone. Continuando un minimo azzardo, punterei serenamente anche sul fatto che amasse giocare a carte e che, nelle fabbriche del Connecticut, o forse come molti allora a Sopramonte, fosse anche diventato socialista.

Durante la celebrazione del 19 aprile, il don ha raccontato che Giulio si era allontanato da una festa di amici per scendere a valle prima, da solo. Gli scritti del nonno non negano né confermano quest’ipotesi: “A mio zio Giulio, morto alla fine di aprile del 1926, venne dedicata una croce a ricordo nel posto dove era deceduto improvvisamente, dove il sentiero del vallone (la direttissima, come era chiamato il sentiero che da Sardagna tagliava Candriai arrivando alle Vaneze) sfiora la curva della strada sotto le Vaneze.”

Sposando però la teoria del don potrei supporre un motivo possibile per quella baldoria. Due settimane prima, l’11 aprile era nato il secondogenito di Mansueto, l’ennesimo, (parlando con il senno di poi ne contiamo quattro in cinque generazioni), luminoso e inimitabile, Andrea Segatta. Negli appunti leggo che Giulio aveva sposato Luigia Vecchietti, ma che non ebbero figli: un dettaglio che potrebbe amplificare l'aspettativa per quella nascita. Quando si allontanò dal gruppo, magari, aveva appena festeggiato l’entrata nel mondo del nuovo nipotino.

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ceppo che inidca il punto esatto della morta di Giulio,
50 metri a valle del munumento

Giulio Segatta se ne andò all’improvviso, il 21 aprile 1926, tra le braccia dei suoi cari, per un "colpo al cuore". E un colpo al cuore lo diede a tutti, così ben assestato da ripercuotersi ancora un secolo dopo.

 

Che cosa fece per meritarsi tanta gloria?

Forse nulla degno di nota, o forse, la cosa più importante.

Se potessi fare un augurio meraviglioso, sarebbe questo: che un giorno i vostri amici si cavino i risparmi di tasca per dedicarvi un monumento, grati per tutto l’affetto che avete sparso. Riguardo ora, in una fotografia tolta dal baule, che profuma di carta vecchia, lo sguardo di Mansueto, novantanove anni fa, durante la benedizione della croce. Ha un contegno, un’espressione che taglia il tempo e lo spazio, e che ho visto solo simulata nei film. Anche lui, dopo una lunga vita, se ne sarebbe andato per un colpo al cuore; e anche il suo destino augurerei, come un auspicio invidiabile: si dice che abbia chiuso gli occhi giocando a carte dopo pranzo, con l’asso di briscola in mano.

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